Vietato l’hijab sul posto di lavoro: è una discriminazione?

20 aprile 2017 | 0 commenti

di Aldo Mingrino

In seguito a due casi di licenziamento per delle dipendenti che non rinunciavano ad indossare il velo, avvenuti in Belgio ed in Francia, la Corte di Giustizia dell’ Unione Europea, con sede a Lussemburgo, ha stabilito che il divieto di indossare qualsiasi segno visibile di tipo filosofico, religioso o politico sul posto di lavoro non costituisca una discriminazione nei confronti dei dipendenti.

La domanda sorge spontanea: è giusto?

Un ambiente di lavoro, per essere stimolante, deve essere cosmopolita, al fine di creare un clima di apertura e tolleranza verso chiunque non condivida le nostre idee, siano esse religiose, politiche o filosofiche.

Un ambiente multiculturale può solo creare dibattito, sicuramente utile alla formazione del dipendente in quanto cittadino, permettere un intercambio di culture differenti ampliando così la cultura personale del lavoratore e combattere un fenomeno attuale che affligge gran parte del mondo: la xenofobia, cioè l’avversione generica, di varia intensità, verso gli stranieri e ciò che è straniero, o che viene percepito come tale.

Questa sentenza della Corte di Giustizia dell’ Unione Europea riflette un clima di tensione che colpisce tutto l’ occidente da qualche anno a questa parte che enumera tra le conseguenze una rivalsa dei nazionalismi (basti pensare all’ Ungheria di Orban o agli Stati Uniti con Trump).

E’ normale che in una società che tende sempre più ad omologarci vengano accettate certe sentenze, che costituiscono invece una grave limitazione delle libertà personali e contro cui si dovrebbe lottare.

In conclusione, c’è un antico proverbio che recita: “Il mondo è bello perché è vario”.

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