Poesia di Giuseppe Sapio

30 maggio 2017 | 0 commenti

di

 

Di notte

Sto seduto sulla panca mio trono

Godo solo del cantico dei grilli

Approfittando del dormiente Crono

Odo dell’anima i selvaggi strilli

Il vecchio giovane con cui mi clono

Mi suggerisce rime e consigli

Ma non distingue il cattivo dal buono

E’l confuso non manca d’accigli

Ma nell’istante vuoto

D’origini incognite

Che spiegar non saprei

La mia persona quoto

Perso in recondite

Idee del vorrei

 

 

L’autore Giuseppe Sapio utilizza uno schema metrico tradizionale, il sonetto, ma lo rimaneggia, contaminandolo con i versi tipici della canzone, infatti alterna endecasillabi e settenari come già aveva fatto Guittone D’Arezzo.

Il sonetto (dal francese antico sonet «canzone, canzonetta») è stato inventato da Jacopo da Lentini, poeta della Scuola Siciliana, verso la prima metà del Duecento. Il sonetto di Sapio è formato da quattordici versi suddivisi in due quartine e due terzine composte rispettivamente da versi endecasillabi in rima alternata e da settenari in rima incatenata.

 

 

Sono presenti numerose figure retoriche:

  • Una metafora nel primo verso (panca e trono);
  • Una sinestesia nel quarto verso (selvaggi strilli), ovvero l’associazione espressiva tra due parole pertinenti a due diverse sfere sensoriali;
  • Un ossimoro all’inizio della seconda strofa (vecchio, giovane), cioè l’accostamento, nella medesima locuzione, di parole che esprimono concetti contrari.
  • Un enjambement debole nella prima terzina, ovvero una rottura della coesione unitaria metrico-sintattica di un verso il cui senso (proposizione, sintagma), anziché concludersi, si prolunga nel verso successivo.

Nella prima strofa l’autore ci proietta all’interno del suo mondo. La panca diventa il suo trono all’interno di una realtà caratterizzata da estrema solitudine e turbamento: il tempo sembra fermarsi improvvisamente. Egli si estranea da tutto ciò che lo circonda, ode solo il canto dei grilli, inizia a guardarsi dentro e ad analizzare le proprie sensazioni. È proprio questo che l’autore vuole trasmetterci: quanto sia capace la solitudine di condurci nel nostro mondo interiore e ci permetta di interpretare e decodificare le idee e i desideri più nascosti.

Intervista all’autore

 

1-In quale momento della tua vita hai iniziato a cimentarti nella scrittura creativa e nella poesia?

Innanzitutto ci tengo a precisare che scrittura creativa e poesia, nonostante spesso presentino elementi comuni, sono ovviamente due generi diversi e essendo tali mi sono accostato a loro in due momenti differenti. Dapprima mi sono dedicato alla scrittura creativa, che ho sempre preferito alle altre tipologie, soprattutto per la libertà autoriale che consente, e vorrei far notare a coloro che insinuano che la scrittura creativa è scontatamente preferita da tutti, che, al contrario, esistono molte persone in difficoltà quando non hanno un binario da seguire e personalmente reputo il tema libero più difficile di un testo argomentativo o di un saggio breve. Composi il mio primo testo creativo alle medie, quando la professoressa mi consentì totale libertà d‘espressione: scrissi quattro pagine di foglio protocollo; sono ben consapevole che quattro pagine piene di nulla valgono di fatto nulla, ma per me a quella età era già un risultato. Comunque questa mole creativa è ampiamente giustificata dal fatto che da piccolo leggevo, seppur libri da bambini, molto. Quindi, cresciuto a pane e Geronimo Stilton, ho continuato a scrivere ma a leggere, purtroppo, sempre meno. Merita un discorso a parte la poesia: il mio stile, infatti, ha subito un costante mutamento a partire dalla terza media, ed è stato influenzato dalla mia passione per l’Hip Hop, genere musicale caratterizzato da una metrica particolare. Diverse mani hanno modellato il mio pezzo d’argilla: rimasi profondamente colpito dai “I sepolcri” di Foscolo e successivamente da “Il cinque maggio” di Manzoni, come dall’efficacia comunicativa della poesia “Fratelli” di Ungaretti.

2) Quanto tempo hai impiegato per scrivere la tua prima poesia?

Ho composto la mia prima poesia, che, per l’appunto, è quella presentata in questa intervista, in circa un’ora, un tempo certamente breve; ma ciò è giustificato dal fatto che ho messo su carta ciò che provavo in quel momento. In fondo, l’attimo può essere paragonato al fuoco di una fiaccola: infatti è incredibilmente potente, ma terribilmente veloce nell’estinguersi.

3) Dove hai trovato l’ispirazione per scrivere questa poesia?

L’ispirazione per questa poesia è stata come un fulmine a ciel sereno. Mi trovavo, infatti, per caso, in un parco vicino a casa mia, al crepuscolo, da solo e del tutto estraniato dal mondo, ed è stato sensazionale constatare come il cervello umano, privo di qualsivoglia distrazione, riesca a percepire delle nuove sensazioni: la mia mente era provvista di occhi in quel momento e il tempo sembrava quasi rallentato. Ma la solitudine spinge anche a riflettere, a “parlare con se stessi”, a giudicarsi. Tutto questo durò fino a quando i passi di un uomo non squarciarono quell’atmosfera, lasciandomi però le parole da scrivere. Ecco, questo è esattamente tutto ciò che ho provato prima di mettermi all’opera.

4) Devi avere un posto fisso per scrivere le tue poesie?

No, avere un posto fisso mi limiterebbe, o comunque mi porterebbe a scrivere in maniera diversa, probabilmente più cupa e triste. Nel caso in cui la domanda si riferisca a una postazione, beh, non dispongo nemmeno di quella.

 

 

5) Ti definisci un autore?

Il termine autore ha diverse sfumature di significato: per essere chiari sì, sono un autore, poiché ho scritto la mia prima poesia… d’altro canto non mi paragono minimamente ai poeti del passato, ma ci mancherebbe altro.

6) Credi di avere le potenzialità per diventarlo?

Francamente non penso di riuscirci, visto che solo poche persone passano alla storia e considerata l’altezza poetica raggiunta in Italia, io ho poche chance. Staremo a vedere!

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