DE MAGISTRIS ET DISCIPULIS

Luca Aiello, Luca Alfonsetti, Davide Arena, Danilo Bruno, Bianca Cartagiu, Maria Laura Calvagno, Roberta Cannata, Giancarlo Cardì, Salvatore D’Amico, Riccardo Galofaro, Marco Giuffrida, Enrico Guttà, Concetta Maccarone, Alessandro Pappalardo, Anais Pettinato, Lucrezia Piscopo, Andrea Presente, Rachele Ragona, Vittoria Spina, Giulia Strazzeri, Alessandro Tomaselli, Andrea Varsalona

 

DE MAGISTRIS ET DISCIPULIS

Saggio di scrittura argomentativa liberamente ispirato al testo

“Il Principe”di Niccolò Machiavelli

 

Praefatio

 

Ogni generazione è differente dalla precedente in quanto portatrice di un cambiamento di mentalità, a sua volta specchio dei mutamenti intervenuti all’interno della società. Negli ultimi anni profonde sono state le trasformazioni di carattere politico, sociale, economico e culturale: gli stili e i ritmi di vita si sono stravolti e velocizzati; le generazioni moderne spendono il loro tempo in svariate attività e riescono ad essere estremamente versatili. In tale ottica il ruolo dell’insegnante nella scuola dell’autonomia appare molto più complesso rispetto al passato, essendo chiamato a stare al passo con i tempi, ad aggiornarsi continuamente, ad utilizzare nuove metodologie e strumenti tecnologici, a trasmettere non solo conoscenze ma competenze e abilità. Tuttavia, ieri come oggi, costante rimane lo scopo che un insegnante dovrebbe perseguire, ovvero la formazione culturale e soprattutto umana dei propri studenti. Non tutti, tuttavia, esercitano questa professione allo stesso modo: alcuni non prendono molto a cuore questa causa e insegnano solo perché  casualmente si sono ritrovati a svolgere questo lavoro senza averne una vera attitudine; altri vogliosi di far apprendere qualcosa ai ragazzi, non riescono però a trovare il giusto equilibrio nella gestione delle dinamiche di una classe o manifestano difficoltà nell’approcciarsi e nell’interagire con gli alunni.

Quindi in questa sede proveremo ad esprimere il nostro punto di vista, di studenti giunti al terzo anno di liceo, sui comportamenti più idonei ad un insegnante, sugli strumenti che questi ha a disposizione per ottenere il successo formativo dei propri alunni, sul difficile compito della valutazione, basandoci sull’esperienza diretta che abbiamo avuto e su grandi esempi, perché, come ci insegna Machiavelli, << camminando gli uomini sempre per le vie battute da altri e procedendo con le imitazioni […]>> potranno <<pervenire al disegno loro>>[1].

 

De his rebus quibus magistri laudantur aut vituperantur

Quanto sia rilevante la figura dell’insegnante all’interno della società, ciascuno lo intende; egli è la figura che accompagna gli studenti nella lunga carriera scolastica e, secondo l’etimologia, è colui che incide e imprime dei segni nella loro mente, in quanto la parola <<insegnare >> è composta dal prefisso in– e dal verbo signare con il significato di segnare, marcare[2]. L’insegnante assolve  pertanto un ruolo determinante nella formazione  culturale e morale  dello studente, fissando un approccio alla realtà che va ben oltre lo studio, diventando, come afferma Quintiliano nell’Istitutio oratoria, un <<secondo padre>>[3].

Bisogna dunque vedere quali debbano essere i comportamenti di un insegnante con i suoi allievi. Innanzi tutto è necessario che egli si sappia adattare alle varie situazioni che la classe gli pone e  quindi sia in grado di adottare un approccio adeguato che potrà essere ora permissivo, ora  autoritario a seconda delle necessità. Ci sono momenti, infatti, in cui gli studenti devono essere richiamati e spronati in modo rigido affinché esprimano al meglio le proprie potenzialità; altri, invece, in cui devono essere incoraggiati.

Certamente sarebbe auspicabile che l’insegnante assuma sempre un atteggiamento amorevole e indulgente, ma questo presupporrebbe una maturità che gli adolescenti, data la loro giovane età, non hanno: se l’insegnante non imponesse le regole, queste non verrebbero rispettate; se non imponesse dei compiti, verificandoli costantemente, questi non verrebbero svolti. Si sa, d’altronde che della “bontà” dell’insegnante hanno approfittato da sempre e approfittano oggi gli studenti che finiscono, nei casi estremi, con il comprometterne l’autorità nella gestione della classe.

È anche vero, però, che un insegnate comprensivo instaura un rapporto migliore con gli alunni riuscendo a suscitare in loro un maggiore interesse verso gli argomenti affrontati, conseguendo, così , un incremento del profitto. Un chiaro esempio è rappresentato dal film  L’attimo fuggente, nel quale viene presentato l’originale metodo d’insegnamento del professore John Keating, il quale instaurando un ottimo rapporto con gli studenti riesce a trasmettere loro entusiasmo  e passione verso la poesia di Shakespeare[4]. Un bravo insegnante è infatti tale se riesce a trasmettere non solo informazioni ma emozioni; se è in grado di suscitare all’interno della classe momenti di dialogo e di confronto che aiutino gli alunni a capire quello che sta oltre la scuola.

È  necessario anche che un insegnante sia in grado di capire le difficoltà di un alunno e lo aiuti a superale: deve dimostrarsi empatico nei suoi confronti, comprenderne gli stati d’animo e agire di conseguenza.  Tante volte si sono infatti verificati casi di studenti che hanno cambiato scuola o perfino abbandonato gli studi perché non sono stati incoraggiati in modo adeguato. Pertanto, dato che tante possono essere le cause per cui un ragazzo non si impegna, è necessario che il docente dialoghi con i propri studenti e cerchi di comprendere le ragioni del mancato successo scolastico, ragioni non sempre dovute a mancanza di volontà.

Il docente, dunque, deve riuscire a mantenere il giusto equilibrio tra rigore e permissività, al di là di quella che è la sua indole: deve essere in parte come un agnello e in parte come un leone, cioè essere in grado di trovare il giusto compromesso tra veemenza e docilità. L’eccessiva docilità, infatti, lo porterebbe ad essere prevaricato dagli studenti più animosi, rendendo così inefficace la proposta educativa; la troppa rigidità, di contro, potrebbe provocare ansia e turbamento negli alunni, compromettendo le loro capacità di apprendimento. Bisogna, quindi, possedere entrambe le caratteristiche, poiché l’una senza l’altra non sarebbe durevole.  Se da una parte un professore autoritario trasmette disciplina e ordine e quest’atteggiamento porta il discente a raggiungere un’affermata maturità che lo agevolerà nel vivere la realtà, dall’altra, imponendo molti limiti e molte regole, gli studenti potrebbero non apprezzarlo e sentirsi poco motivati. Come accadeva ad esempio decenni fa, quando gli insegnati erano troppo autoritari e spesso ricorrevano a rimedi estremi e non consoni per imporsi sugli alunni, quali le punizioni corporali.

L’insegnante deve dunque essere ora severo, ora comprensivo; in un caso tollerante, in un altro intollerante; indulgente per un verso, intransigente per un altro; a volte disponibile, altre inflessibile; caratteristiche per le quali in genere si è dagli studenti lodati o biasimati, ma che tutte risultano ugualmente utili al bene dei medesimi. Non bisogna infatti mai dimenticare che l’obbiettivo che l’insegnante deve raggiungere è la crescita e la formazione dello studente e complessivamente della classe, anche a costo di risultare poco simpatico  o peggio ancora di essere odiato.

D’altronde non è necessario che il docente possieda tutte le suddette  qualità mostrate, ma è sufficiente che  faccia credere di averle, poiché se le ha e le usa sempre in maniera indiscriminata e non ponderata, potrebbero risultare dannose. Di contro, far credere di averle, potrebbe essere utile. Egli deve apparire tollerante, indulgente, comprensivo; ma se siffatti atteggiamenti non dovessero essere più utili al conseguimento del fine ultimo che si è prefissato, allora,  dovrebbe essere in grado di mutare repentinamente il proprio modo di essere,  indipendentemente dalla sua indole. Deve atteggiarsi a camaleonte, il quale sotto l’influenza di svariate condizioni esterne, o quando è irritato, cambia colore. Risulta, quindi, di fondamentale importanza essere un gran simulatore e dissimulatore, per sapersi adattare alle diverse circostanze.

Affinché, dunque, il successo formativo degli studenti sia raggiunto, all’educatore  è necessario  essere flessibile a qualsiasi situazione che la classe gli ponga. Come  Chirone,  mezzo bestia e mezzo uomo, riuscì ad offrire ad Achille, Teseo ed Ercole, una perfetta istruzione grazie alla sua duplice indole, così anche l’insegnante deve essere per metà permissivo e per metà autoritario.

 

De necessitate emendandi discipulos

Avendo discusso delle qualità che un buon insegnante deve possedere, resta ora da trattare di quali mezzi debba servirsi per raggiungere gli obiettivi che si è posto. È necessario, infatti, se si vuole che le norme imposte e il regolamento dell’Istituto siano osservati e che in una classe ci sia quell’ordine e quella disciplina necessari allo svolgimento delle lezioni, che il docente prenda provvedimenti  efficaci in  caso di infrazioni, affinché lo studente sia reso consapevole e mediti su ciò che ha fatto, sperando che comprenda l’errore e non lo commetta altresì. Deve dunque un insegnante autorevole potere disporre di “armi” appropriate e queste sono naturalmente le punizioni. Di queste possiamo distinguere due categorie : quelle corporali, che comportano uno stato di dolore fisico, e quelle non corporali; queste possono a loro volta essere di due tipi: basarsi sull’umiliazione dell’individuo o mirare esclusivamente a farlo  riflettere e fargli acquisire coscienza della colpa commessa; questo può a sua volta avvenire o mediante sanzioni disciplinari, come note o sospensioni, oppure mediante iniziative formative relate per “contrappasso” all’errore commesso, come ad esempio pulire la propria aula se la si è sporcata. Quest’ultimo tipo di provvedimenti può, poi, essere rivolto al singolo individuo o a tutto il gruppo classe.

Quanto le prime, ovvero le punizioni corporali, siano inutili e dannose è a tutti evidente. Esse, somministrate  in genere sul fondoschiena o sulle mani utilizzando la nota bacchetta, sono proprie <<dell’uomo indecoroso, indegne di un uomo libero e per di più in contraddizione col diritto>>[5]; pertanto sono state abolite in quasi tutti gli Stati. Tuttavia per lungo tempo sono state utilizzate nel sistema scolastico. Una delle testimonianze più autorevoli e antiche riguardo il loro uso  ci viene offerta nientemeno che dalla Sacra Bibbia. Nel Libro dei Proverbi, attribuito al re Salomone, si dice infatti: <<Non negare la correzione ad un bambino: se tu lo punisci con la frusta egli non morirà, ma se trascurerai di farlo consegnerai la sua anima alla dannazione eterna>>[6]. I sostenitori delle punizioni corporali ritengono, inoltre, che esse siano efficaci perché immediate e fanno risparmiare parecchio tempo ai docenti. In realtà proprio quest’ultimo aspetto viene fortemente criticato da Quintiliano nella sua Institutio oratoria, che in modo sorprendentemente innovativo e controcorrente, (se si pensa all’epoca in cui è vissuto l’autore), accusa la neglegentia degli insegnati che colpiscono  con la ferula i propri alunni, piuttosto che spiegare loro perché hanno sbagliato[7]. Un alunno, specie se adolescente, si ravvede infatti solo nel momento in cui un insegnante è disposto a dialogare con lui, inducendolo a riflettere sulle azioni compiute, magari anche mediante degli esempi. Le punizioni corporali sono dunque inutili, ma anche dannose perché, come hanno ampiamente dimostrato moderni studi pedagogici, possono provocare danni psicologici irreversibili come paura e depressione o aumentare comportamenti  aggressivi e suscitare ribellione all’autorità con atti di vandalismo.

Danni psicologici ancora più gravi possono, poi, essere causati da quelle punizioni che non hanno lo scopo di provocare dolore fisico, ma vengono utilizzate con l’intento di ferire moralmente l’individuo provocandogli umiliazione. Ne è esempio l’uso delle “orecchie d’asino” che consisteva nell’applicazione di due imbuti di carta sulle orecchie dell’alunno, il quale era costretto a girare per tutte le altre classi sopportando gli insulti e la derisione da parte dei suoi coetanei. Una punizione reputata indolore consisteva anche nel fare ricopiare svariate volte su una stessa pagina di quaderno la frase “repetita iuvant” cioè “le cose ripetute giovano”. Tante esperienze negative di persone che hanno subito siffatte umiliazioni e che poi crescendo hanno sviluppato insicurezza e disistima, dimostrano che questo tipo di punizioni sono sicuramente più pericolose delle punizioni corporali, in quanto implicano violenza psicologica.  Inoltre provocano demotivazione e, di conseguenza, scarsi  risultati scolastici.

D’altronde il docente per ottenere i risultati prefissati non può basarsi solo sul tentativo di far riflettere l’alunno, ricorrendo soltanto a un richiamo verbale o a “preghiere”  sperando che il suo atteggiamento non sia  recidivo,  perché si sa che i ragazzi hanno bisogno di “misure forti” e se non vedono adottati provvedimenti disciplinari alle loro infrazioni,  in genere persistono nei loro comportamenti e  inducono altri a fare altrettanto. Pertanto se un alunno infrange la regola di non usare il cellulare in classe, deve di necessità essere punito, altrimenti continuerà ad adoperarlo; allo stesso modo se fuma all’interno dell’istituto, se non rispetta la suppellettile scolastica, se risponde in modo scorretto all’insegnante, se compie atti di bullismo nei confronti dei compagni, e così via.  Ecco che i docenti possono e devono in questi casi ricorrere a note disciplinari trascritte nel registro online per mettere al corrente i genitori del ragazzo  o , nei casi più gravi, alla sospensione di quest’ultimo che il giorno del rientro a scuola dovrà essere accompagnato dai genitori.

Nondimeno perché questi provvedimenti siano realmente educativi dovrebbero essere accompagnati da misure formative come assegnare compiti supplementari o imporre di svolgere lavori socialmente utili.

Nel caso, poi, in cui non sia uno ma più studenti ad assumere un comportamento inadeguato, l’insegnante può decidere di ricorrere ad una punizione collettiva, come è accaduto poco tempo fa in una scuola italiana dove un insegnante di matematica ha deciso di sospendere la giornata di laboratorio scientifico per punire i ragazzi che da un mese a questa parte avevano smesso di impegnarsi[8]. A parte la discutibilità e il carattere paradossale di una misura che, come obiettato da molti genitori, ha privato una classe di un incentivo all’impegno come punizione per una diminuzione del medesimo, la punizione deve essere rivolta solo  ai trasgressori di una regola. Così non si può precludere la possibilità di partecipare ad una gita scolastica ad un’intera classe solo perché al suo interno ci sono elementi turbolenti, perché si finirebbe col demotivare quanti mantengono un comportamento corretto e che pertanto dovrebbero per questo essere premiati e non puniti.

Concludendo possiamo dunque affermare che le punizioni nella scuola di oggi devono essere adottate, ma purché non comportino violenze fisiche o psicologiche, siano commisurate alla colpa, rivolte a singoli alunni e soprattutto abbiano una funzione formativa e non solo punitiva.

 

Quomodo exercitationes adsignandae sunt

Quanto siano odiati dagli studenti i compiti assegnati per casa dagli insegnanti, ciascuno ne è consapevole. D’altronde, ai giorni nostri, il dibattito sulla loro effettiva utilità ha coinvolto molti docenti e pedagogisti, rimanendo tuttavia aperto.

I compiti da svolgere in orario extrascolastico possono essere assegnati o durante il periodo di attività didattica (lo studente è tenuto a portarli a termine durante le ore pomeridiane per l’indomani), o durante la sospensione delle attività didattiche (ci riferiamo ai cosiddetti compiti per le vacanze). In entrambi i casi vengono dati, secondo una tradizione ormai presente da tempo nel sistema scolastico, per consolidare o approfondire quanto fatto durante le lezioni .

Riguardo i compiti assegnati per le ore pomeridiane, possiamo considerare aspetti positivi e negativi. A molti, studenti e anche genitori, essi appaiono inutili poiché l’alunno lavora già a scuola e dunque assegnare mansioni da svolgere a casa sarebbe solo un superfluo affaticamento. Inoltre spesso lo studente per il loro svolgimento  si avvale di aiuti esterni, genitori o professori privati, o, nella peggiore ma più frequente delle ipotesi, li copia da internet o dai compagni.

È anche vero, però, che come gli atleti si allenano in palestra per migliorare se stessi, così gli studenti si devono allenare con i compiti per migliorare le proprie prestazioni; infatti, perché lo studente acquisisca un metodo e lavori in autonomia è necessario si eserciti con un lavoro costante, che deve anche proseguire  al di fuori dell’ambito scolastico e che naturalmente deve poi essere sistematicamente corretto e verificato dagli insegnanti. Questo purtroppo spesso non avviene, forse a causa del numero elevato di alunni per classe; tuttavia per ovviare a tale difficoltà il docente  potrebbe creare con la sua guida momenti di confronto tra i compagni,  dai quali emergano le rispettive strategie adottate o le difficoltà incontrate per raggiungere un obbiettivo comune.

Il problema fondamentale, tuttavia, rimane : come può l’insegnante ottenere che i compiti vengano effettivamente svolti dai propri alunni e non copiati? La risposta a tale domanda può essere data considerando due aspetti della questione, ovvero la quantità e la tipologia delle esercitazioni assegnate.

Riguardo la quantità, essa in genere appare esagerata agli occhi dell’alunno e troppo esigua per il docente. Certamente troppi compiti potrebbero destabilizzare e deprimere lo studente, inducendolo a studiare malvolentieri e causando rigetto per un’attività invece capace di suscitare ricerca e curiosità; d’altra parte l’esiguità dei compiti potrebbe invece indurre il ragazzo a sottovalutare il lavoro che si sta compiendo, portandolo all’ozio e alla totale estraneità dall’argomento. Bisogna pertanto raggiungere un corretto equilibrio che permetta all’alunno di svolgere il lavoro per casa con voglia, motivazione e in modo proficuo; un giusto carico di compiti infatti funge da stimolo anche per gli studenti meno volenterosi, perché sono messi in condizioni di poterli affrontare. Per ottenere questo l’insegnante, nell’assegnare i compiti, deve tenere conto anche delle altre discipline, non solo della sua: capita, infatti, che un alunno si trovi a dovere studiare per l’indomani cinque o sei materie diverse con una quantità di esercitazioni non indifferente per ciascuna.  È chiaro che le svolgerà male tutte o sarà costretto a dedicarsi ad alcune, trascurandone altre.

Inoltre l’insegnante deve anche considerare le altre attività pomeridiane svolte dagli studenti come lo sport o la musica, ugualmente importanti per la loro crescita. I professori, infatti, dimenticano spesso che lo studio non è l’unico elemento fondamentale per la formazione di un ragazzo, che si riduce molte volte a dovere anticipare continuamente i compiti  sovraccaricandosi di studio ed  entrando in un continuo “ciclo di anticipazioni” che lo porta a svolgerli in modo superficiale, rischiando di non dedicarsi a quelle del giorno seguente. Quando invero i docenti rimproverano i ragazzi che non svolgono gli esercizi di <<non sapere organizzare bene il loro tempo>>, sottintendono che lo studente debba sfruttare la maggior parte del suo tempo (o tutto) per lo studio, trascurando di coltivare le proprie passioni o attitudini.  È dunque utile assegnare una quantità di compiti fattibile con giusto equilibrio e moderazione.

Per quanto riguarda il secondo aspetto della questione, ovvero la tipologia delle esercitazioni assegnate, bisogna inoltre considerare il fatto che i compiti sono inefficaci e odiati, se gli studenti non li ritengono sensati o rilevanti per il loro apprendimento e per la loro formazione: se non li considerano motivanti, se non li sentono coinvolgenti e appassionanti. Il risultato di un sondaggio tenuto all’interno del nostro Istituto sulla motivazione degli studenti nello svolgere i compiti per casa è stato sconfortante: uno su due dichiara di annoiarsi e di non interessarsi spesso; le esercitazioni di scrittura assegnate, come riassunti o temi imposti, appaiono obsolete e spesso costringono lo studente a scrivere su qualcosa che non gli piace;  gli esercizi di matematica sono noiosi e ripetitivi. Deve dunque un professore proporre esercizi che siano creativi e calati in contesti pratici e reali.

Non si deve infine trascurare il fatto che i compiti talvolta risultano discriminanti, poiché non tutti gli studenti sono allo stesso livello e ognuno ha il suo metodo di studio: per qualcuno sono semplici, altri devono impegnarsi molto di più,  troppi invece non riescono. Deve dunque un insegnante potere, a volte, differenziare la tipologia degli esercizi oltre che la loro quantità.

Resta ora da considerare l’utilità dei compiti assegnati per le vacanze. Le vacanze scolastiche possono essere o corte, quando durano cioè meno di una settimana, in occasioni di ponti o festività come la Pasqua, o lunghe. E quelle lunghe sono o natalizie (della durata di quindici giorni) o estive (della durata di quasi tre mesi). I professori approfittano delle vacanze per assegnare più compiti, poiché lo studente ha più tempo a disposizione per svolgerli; di solito gli esercizi vengono dati proporzionalmente alla durata delle vacanze stesse.

In occasione di una pausa breve tuttavia  il docente non deve caricare gli studenti più del dovuto, con la scusa che essi hanno più tempo, poiché quel tempo può essere impiegato per brevi gite o altri impegni che impossibilitino lo studio. Quindi dare un quantitativo di compiti superiore al normale non è utile, poiché lo studente si ridurrà sempre alla fine delle vacanze per svolgerli, non distribuendoli in modo equo come consigliano i professori. Questi molto spesso danno dei consigli basandosi sulle loro esperienze, parlando come chi ha già attraversato questo periodo, come un genitore che giustifica certe scelte per i figli con frasi del tipo <<Da grande capirai>> o <<È per il tuo bene>>, dimenticandosi però cosa voglia dire essere giovani, i quali vogliono provare nuove esperienze, positive o negative che siano, e vogliono essere spensierati, avere anche  il diritto di godersi un po’ di tempo libero nel modo che ritengono più opportuno.

Per le vacanze estive, poi, bisogna fare un discorso particolare, poiché esse sono particolari. L’estate è la vacanza per antonomasia, sia perché è la più lunga, sia perché segna il passaggio tra due anni scolastici differenti e questo comporta numerosissimi cambiamenti. Questi ultimi impossibilitano la correzione dei compiti, compromettendo di conseguenza la loro stessa utilità, poiché lo studente o non li svolge, approfittando del fatto che il docente non li controllerà, o li svolge ma senza poterli verificare, togliendo ogni valore pedagogico. È risaputo, inoltre, che qualsiasi compito assegnato in modo tradizionale e obbligatorio durante le vacanze è visto dallo studente come una seccatura e un ostacolo al divertimento. Deve dunque un professore proporre esercizi non tradizionali e per nulla pesanti che stimolino la componente “curiosità” del ragazzo, che spesso <<lentamente muore>> durante l’anno scolastico, a causa dei tempi rigidi del programma scolastico e la pesantezza stessa dell’andare a scuola. Attività alternative e facoltative ma comunque utili, come la lettura di un libro, o a piacere anche se sempre inerenti al programma svolto durante l’anno. Il fattore più importante di questi esercizi estivi è che siano facoltativi, poiché se non obbligati, gli alunni li svolgono con motivazione e responsabilità per accrescere il proprio bagaglio culturale; al contrario gli studenti o li eseguono  tutti a giugno ( sia perché hanno il programma fresco e quindi sono facilitati da questo fattore, sia perché si liberano per il resto dell’estate, dimenticando però tutto il programma svolto), oppure  si riducono negli ultimi giorni prima dell’inizio della scuola, spesso copiandoli da fonti esterne. Tutto ciò non è certamente  utile al fine educativo che dovrebbe essere alla base della scuola e prima ancora alla base dello studio in sé.

 

De utilitate repellendi discipulum

Molti sostengono che la bocciatura sia uno strumento didattico inutile perché può demoralizzare in modo definitivo l’alunno provocandogli perfino disturbi psicologici e chiusura in se stesso. Quanti studenti infatti hanno abbandonato il loro percorso scolastico immettendosi ancora in maniera prematura nel mondo del lavoro oppure si sono allontanati dalla vita sociale cadendo in uno stato di depressione. Nondimeno la bocciatura può essere considerata formativa poiché fa riflettere l’alunno sugli errori commessi durante il percorso scolastico ed evitare la ripetizione dei medesimi in futuro.

Inoltre è assolutamente indispensabile se lo studente non ha raggiunto le competenze necessarie per poter proseguire l’anno successivo; se paragonassimo infatti l’anno scolastico ai livelli di un videogioco, sarebbe obbligatorio completare il livello che si sta affrontando per poter accedere a quello successivo.

Bisogna poi considerare il fatto che promuovere un ragazzo che non ha acquisito un bagaglio culturale idoneo per proseguire il proprio piano di studi recherebbe non solo danno all’individuo in questione, ma anche alla società; infatti le persone che sarebbero dovute essere bocciate, potrebbero diventare ingegneri o rivestire altri ruoli sociali di spicco. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti: basterebbe pensare al chirurgo sardo che ha operato il femore destro di un’anziana signora al posto dell’arto sinistro[9], oppure il caso dell’ingegnere che aveva progettato l’autostrada A19 che nell’aprile 2015 ha subito il crollo di uno dei piloni portanti che sorreggevano un ponte nei pressi di Scillato[10].

Dunque compito del docente stesso è bocciare coloro che non hanno acquisito le competenze fondamentali, perché il dovere del professore non è solo formare l’alunno in sé e per sé, ma è anche quello di selezionare le società future per renderle virtuose. Come sostenuto da molti docenti, se la nostra generazione non impegnandosi otterrà la promozione, si rischierà di avere in futuro persone incompetenti e, come sostiene lo psicologo canadese Peter, generare uno scenario paradossale in cui <<ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza>>[11].

 

Quomodo discipuli iudicandi sunt

Resta ora da vedere cosa si intende per verifica e cosa si intende per valutazione. Tra queste vige, allo stesso tempo, sia una stretta correlatività (molteplici volte i due termini vengono considerati alla stessa stregua), sia un rapporto di profonda differenza. È chiaro comunque che la verifica e la valutazione dovrebbero integrarsi nella maniera più trasparente, ma entrambe soffrono di carenze di vario genere.

Trattando ora in particolare della verifica, possiamo dire che essa  consente all’insegnante di controllare l’andamento della classe, appurare se gli studenti hanno imparato e/o se hanno raggiunto gli obiettivi prestabiliti,  e permette agli alunni di dimostrare le proprie conoscenze e capacità. Nel percorso didattico gli scolari vengono pertanto sottoposti a molteplici tipologie di verifiche: queste possono essere orali o scritte; strutturate e non strutturate. Le verifiche strutturate consistono in una serie di domande chiuse, ciascuna delle quali è correlata da due o più risposte chiuse; le verifiche non strutturate sono quelle che prevedono risposte di tipo aperto come l’interrogazione orale, il tema d’italiano, il problema di matematica, la versione di latino, etc. Indipendentemente dalla tipologia, comunque, ogni verifica deve essere valida, attendibile, oggettiva. Perché sia valida deve essere rispondente agli obiettivi prefissati che devono essere definiti con chiarezza dall’insegnante e, soprattutto, devono essere comunicati e condivisi con la classe. Perché sia attendibile è necessario che tutti gli alunni siano messi in grado di affrontarla con serenità; i risultati possono essere infatti falsati se gli studenti hanno per esempio avuto poco tempo, o se sono particolarmente stanchi; a tal fine è assolutamente necessario evitare di fare svolgere ad un alunno più verifiche nello stesso giorno. Perché sia oggettiva una prova dovrebbe essere svolta simultaneamente da tutta la classe ed avere una consegna uguale per tutti; pertanto possono considerarsi oggettive le verifiche scritte, non le interrogazioni orali perché gli alunni della classe vengono di necessità interrogati in momenti diversi e devono rispondere a quesiti diversi.  Le verifiche orali sono comunque necessarie perché permettono di verificare il livello di capacità espositiva acquisito.
Un’altra questione è se sia giusto somministrare verifiche differenti basandosi sulla bravura dell’alunno. In realtà se si somministrano verifiche di livello differente, non sarebbe più oggettiva la valutazione perché, come detto prima, affinché ciò si realizzi  la consegna deve essere uguale per tutti; sarà poi lo studente più bravo a sostenerla con un profitto migliore. Ciò sarebbe consono solo nel caso in cui siano presenti difficoltà specifiche; ad esempio nei casi di dislessia è giusto che l’alunno venga agevolato durante le verifiche. È bene inoltre che il percorso didattico di quest’ultimo sia attenzionato con un occhio di riguardo.

Concentrandoci ora maggiormente su ciò che riguarda il tema della valutazione, è bene sottolineare l’importanza della docimologia, scienza nata nel 1922, che si occupa prevalentemente dello studio dei migliori criteri di valutazione per quanto concerne prove orali o scritte. Come già precedentemente detto, intendiamo ribadire il senso profondo di valutazione: valutare significa attribuire valore a qualche cosa o riconoscere il valore di qualcosa[12]. Qui ci si pone, per la prima volta, di fronte a un dilemma: può l’insegnante adoperare metri di giudizio oggettivi? Intervengono nel processo di valutazione interpretazioni personali del docente? Sottoponendo gli alunni a verifiche scritte, in particolare a prove strutturate, si ottiene certamente una valutazione più oggettiva rispetto ad una interrogazione orale, nella quale ogni insegnante può maturare una propria idea dello scolaro, in base anche a proprie percezioni del tutto singolari e influenzate anche da condizioni esterne come l’umore del momento. La valutazione dovrebbe essere invece sempre il più oggettiva possibile, anche perché è estremamente importante per monitorare il percorso di un alunno nei vari momenti dell’anno scolastico.

Un insegnante,infatti, nelle prime fasi dell’anno scolastico, ha necessariamente bisogno di rilevare le conoscenze possedute dagli allievi all’ingresso di un corso di studi. È fondamentale saper comprendere le motivazioni ed emozioni dell’alunno in modo tale da intraprendere un percorso di studi che sia fruttuoso da ambo le parti. Di certo anche gli alunni devono, sin dai primi giorni, dimostrare partecipazione e buona volontà, elementi imprescindibili per il conseguimento degli obiettivi scolastici.

È compito dell’insegnante, inoltre, monitorare costantemente la classe, in modo da intervenire tempestivamente in caso di difficoltà di un alunno: se si evidenziano delle carenze, è bene che il docente ponga subito rimedio prima che queste divengano incolmabili;  un bravo insegnante deve infatti essere in grado di prevenire e arginare in tempo gli insuccessi dei propri alunni. Per quanto riguarda gli studenti, questi sono tenuti a studiare costantemente e minuziosamente, riuscendo cosi a superare con brillantezza le prove somministrate dai docenti. Inoltre si deve anche considerare il fatto che gli allievi, se stimolati ed apprezzati, potranno anche accettare possibili insuccessi ed  impegnarsi per migliorare il proprio rendimento.

Si giunge così alla valutazione finale da esprimere al termine dell’anno scolastico, momento che sottopone l’insegnante ad un vero e proprio banco di prova: valutare se gli alunni hanno conseguito o meno gli obiettivi prefissati e a che livello. Quale deve essere in questo caso il comportamento dell’insegnante? Se da una parte infatti il voto finale deriva da una sorta di media aritmetica delle prove di verifica effettuate, dall’altra l’insegnante deve essere abile a riconoscere quegli alunni che si sono contraddistinti per dedizione, passione e sacrificio, ma soprattutto per la costanza che hanno avuto nello studio. Per fare questo deve necessariamente esprimere un giudizio in parte soggettivo, se si vuole che anche l’impegno degli alunni venga premiato. Inoltre la parziale riuscita di questi ultimi non dovrà di certo né scoraggiare l’insegnante, pronto a ricercare nuove strategie di insegnamento e possibili errori precedentemente commessi, né tanto meno demoralizzare gli studenti, disposti ad apprendere un nuovo metodo di studio nella speranza che questo si riveli più proficuo. Diverse difficoltà possono infatti incombere nel percorso di studi, portando gli studenti a non conseguire gli obiettivi stabiliti in precedenza. In seguito a ciò, sorge spontanea una domanda: colpa dell’insegnante o dell’alunno? La risposta a tale quesito non è semplice. Può essere colpevole il professore se ha trascurato una difficoltà o se non ha utilizzato un metodo di insegnamento adatto; è colpa del ragazzo nel caso in cui quest’ultimo non si sia applicato adeguatamente.Ma è possibile determinare dove terminino i demeriti dell’insegnante e inizino quelli dell’alunno? A voi la risposta.

 

Exhortatio ad sumendum parentis animum

Molteplici sono dunque le virtù che un insegnante deve avere o dimostrare di avere: deve essere autoritario, ma non a tal punto da farsi odiare per la sua eccessiva austerità; deve essere indulgente ma nemmeno troppo permissivo, poiché un comportamento del genere provocherebbe scarso rispetto da parte degli alunni. Deve cercare di essere paziente, mantenere la calma, essere cordiale. Deve correggere gli errori degli alunni, anche mediante punizioni, senza essere aspro e offensivo nei loro confronti.  Deve assegnare con moderazione la giusta quantità di esercitazioni. Deve essere onesto e giusto nel valutare tenendo conto dei risultati raggiunti, ma anche dell’impegno profuso. Deve essere in grado di instaurare con i propri alunni un rapporto basato sulla fiducia e la reciproca apertura, perché tale rapporto non è solo importante sul piano umano, ma influenza positivamente anche il rendimento scolastico  e allo stesso tempo gratifica l’insegnante. Deve non dimenticare mai di essere un educatore e quindi di dovere trasmettere  non solo conoscenze ma anche valori, offrendo sempre dei validi esempi da seguire, primo tra tutti il proprio. Deve porsi nei confronti degli alunni << nella medesima disposizione d’animo di un padre>>, perché è nella natura umana emulare gesti e comportamenti di  <<coloro verso i quali siamo ben disposti>>[13].

 

[1] Niccolò Machiavelli, Il Principe,cap VI, in Rosa fresca aulentissima, a cura di Corrado Bologna e Paola Rocchi, Loescher, Torino, 2012, vol.2

[2] Etimologia in www.etimoitaliano.it

[3] Marco Fabio Quintiliano, Institutio oratoria,II,2, 4-8  in Opera, a cura di Giovanna Garbarino, Torino, 2003, vol.3

[4] L’attimo fuggente,  film diretto da Peter Weir, 1989

[5] Marco Fabio Quintiliano, Institutio oratoria,I,3, 14-17  in Opera, cit.

[6] La Sacra Bibbia, Libro dei Proverbi in www.wikipedia.org

[7] Marco Fabio Quintiliano, Institutio oratoria, cit.

[8] Monica Ricci Sargentini, Punizioni collettive o individuali?, 15 maggio 2014 in www. foreignaffairs.corriere.it

[9] La Nuova Sassari,30-06-2015

[10] Il Giornale, 04-01-2015

[11] Laurence J. Peter, The Peter Principle, 1969 in www.wikipedia.org

[12] R. Tessaro, I fondamenti della valutazione,in www. carlomariani.altervista.org

[13] Marco Fabio Quintiliano, Institutio oratoria,II,2, 4-8, cit.

 

Bibliografia

Niccolò Machiavelli, Il Principe, in Rosa fresca aulentissima, a cura di Corrado Bologna e Paola Rocchi, Loescher, Torino, 2012, vol.2

Marco Fabio Quintiliano, Institutio oratoria,  in Opera, a cura di Giovanna Garbarino,

Torino, 2003, vol.3

 

Sitografia

www.wikipedia.org

www.carlomariani.altervista.org

www.ospiteweb.indire.it

www.ospitiweb.indire.it

www.agrariosereni.it

 

[1] Niccolò Machiavelli, Il Principe,cap VI, in Rosa fresca aulentissima, a cura di Corrado Bologna e Paola Rocchi, Loescher, Torino, 2012, vol.2

[2] Etimologia in www.etimoitaliano.it

[3] Marco Fabio Quintiliano, Institutio oratoria,II,2, 4-8  in Opera, a cura di Giovanna Garbarino, Torino, 2003, vol.3

[4] L’attimo fuggente,  film diretto da Peter Weir, 1989

[5] Marco Fabio Quintiliano, Institutio oratoria,I,3, 14-17  in Opera, cit.

[6] La Sacra Bibbia, Libro dei Proverbi in www.wikipedia.org

[7] Marco Fabio Quintiliano, Institutio oratoria, cit.

[8] Monica Ricci Sargentini, Punizioni collettive o individuali?, 15 maggio 2014 in www. foreignaffairs.corriere.it

[9] La Nuova Sassari,30-06-2015

[10] Il Giornale, 04-01-2015

[11] Laurence J. Peter, The Peter Principle, 1969 in www.wikipedia.org

[12] R. Tessaro, I fondamenti della valutazione,in www. carlomariani.altervista.org

[13] Marco Fabio Quintiliano, Institutio oratoria,II,2, 4-8, cit.