Caso Regeni: uomo ucciso per nascondere la verità

1 giugno 2016 | 0 commenti

di Motta Simone

Le scuole italiane stanno lottando per ottenere una verità certa e dare quindi giustizia a Giulio Regeni

“Nessun individuo può essere sottoposto a tortura o a trattamenti o punizioni crudeli, disumani e degradanti”, afferma l’articolo 5 della Dichiarazione dei diritti umani. Il diritto a non essere torturati è tra tutti uno dei più importanti e non deve essere trasgredito. Infatti, ad esempio, un pubblico ufficiale non può infliggere alcun tipo di sofferenze a un’altra persona per nessun motivo. Tuttavia nonostante l’obbligo per gli Stati di considerare reato la tortura, quest’ultima è tutt’oggi molto diffusa. Molti paesi, infatti, hanno emanato norme che vietano questa forma di violenza, permettendo però di metterla in pratica. Tra il 2009 e il 2014 Amnesty International ha registrato torture e maltrattamenti in 141 paesi, nei quali le vittime hanno subito pestaggi, frustate, violenze di vario genere e sono state private di cibo, sonno e documenti, per essere lasciate in stanze buie in occasione degli interrogatori. Un esempio di tutto ciò è quello che è accaduto in Egitto e che ha preso il nome di “Caso Regeni”.

Giulio Regeni

Giulio Regeni

Giulio Regeni era un giornalista di 28 anni che aveva deciso di andare in Egitto per raccontare, documentare e inseguire la verità. Proprio per questo, però, è stato prima torturato e poi ucciso. Giulio in Egitto non era libero di scrivere i suoi articoli e firmarli, perchè sapeva di essere costantemente in pericolo. Il giornalista, infatti, per  proteggere la propria incolumità, spediva i suoi pezzi in Italia firmandoli con uno pseudonimo. Tutto ciò, però, non è bastato e adesso si cerca di scoprire la verità.

Durante le prime indagini si pensava che l’uomo fosse stato vittima di un incidente, ma in seguito si è scoperto che ciò non corrispondeva alla realtà. Addirittura, andando avanti con le indagini, stanno emergendo nuovi indizi che potrebbero portare a trovare il colpevole. La procura di Roma, infatti, ha ricevuto una mail anonima scritta in arabo. Quest’ultima ricostruisce ciò che sarebbe accaduto a Giulio. Secondo l’anonimo l’ordine di sequestrare Giulio Regeni è stato impartito dal generale Khaled Shalaby, capo della Polizia criminale e del Dipartimento investigativo di Giza. Lo stesso ufficiale che accrediterà la tesi dell’incidente stradale. Shalaby, dopo aver messo sotto controllo la casa e i movimenti di Regeni, fa sequestrare il ragazzo, trattenendolo nella sede del distretto di Giza per ventiquattro ore. Qui Giulio viene privato del cellulare e dei documenti e pestato una prima volta.

Successivamente per ordine del Ministero dell’Interno Magdy Abdel Ghaffar, viene trasferito in una sede della Sicurezza Nazionale a Nasr City, dove Giulio continua a ripetere di non avere alcuna intenzione di parlare, se non  di fronte a un rappresentante dell’ambasciata italiana. E così cominciano 48 ore di torture, durante le quali Giulio viene picchiato al volto, bastonato, sottoposto a scariche elettriche e privato di acqua cibo e sonno. Tre giorni di torture non vincono la resistenza di Giulio. Ed è allora che il generale Ahmad Jamal ad-Din dispone l’ordine di trasferimento dello studente in una sede dei Servizi segreti militari, perchè venga interrogato da loro. Qui Giulio viene nuovamente torturato fino ad essere ucciso. Dopo la sua morte, sempre secondo quello che sostiene l’anonimo, Giulio viene messo in una cella frigorifera e, durante una riunione, viene deciso di far apparire la questione come un incidente stradale. Il corpo, quindi, viene trasferito di notte dall’ospedale militare  di Kobri e lasciato lungo la strada che collega Cairo ad Alessandria.

Gli studenti italiani hanno protestato in queste settimane per chiedere che venga fatta luce sul “caso Regeni”, manifestando il loro dissenso contro la verità proposta dalle autorità egiziane attraverso vari striscioni, accogliendo la richiesta di Amnesty International, per non dimenticare l’omicidio del giovane ricercatore italiano e invogliare i cittadini a lottare per ottenere la verità. Infatti la campagna proposta da Amnesty deve essere un simbolo in grado di impegnare tutti, compresi gli studenti, nel raggiungimento della giustizia. Tra le scuole partecipanti al progetto vi è anche l’Istituto d’Istruzione Superiore Statale “G.B. Vaccarini” di Catania. Gli studenti hanno aderito alla mobilitazione di domenica 8 maggio promossa da Amnesty, esprimendo la loro vicinanza e il loro affetto alla famiglia di Giulio. Gli striscioni affermavano “Verità per Giulio Regeni” e “Vaccarini per Giulio Regeni”.

L’Italia, quindi, ha bisogno di certezze per ottenere giustizia  nei confronti di un uomo innocente, ucciso solo per aver scoperto ciò che, secondo il governo egiziano, nessuno avrebbe dovuto sapere.

Simone Motta

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